Intervista a Silvia Boschero

Silvia Boschero è giornalista, critica musicale, autrice e speaker di Radio Rai. In un’intervista, abbiamo chiesto a Silvia di parlarci di comunicazione, di musica e di radio.

Silvia Boschero è giornalista, critica musicale, autrice e speaker di Radio Rai. In un’intervista, abbiamo chiesto a Silvia di parlarci di comunicazione, di musica e di radio.

 

Silvia Boschero è stata speaker del Master in Marketing e Comunicazione per la Musica della Napier Academy a Milano.

Che cosa rappresentava per te la radio fino al giorno prima di iniziare a lavorare in uno studio radiofonico?

La radio per me rappresentava un mondo assolutamente sconosciuto. Non pensavo di fare la radio, pensavo di fare la giornalista e di andare a salvare il mondo. A un certo punto, Controradio, la radio storica della controcultura a Firenze, bandì un concorso rivolto alle voci femminili. Fu allora che, con due mangiacassette e un microfono improvvisato, decisi di fare un provino da sola. Portai il nastro e mi presero.
Quindi la radio è stata prima una sorpresa e poi l’inizio della mia nuova vita.

 

E oggi, invece, che cosa rappresenta? Che cos’è cambiato?

Oggi, invece, la radio significa una lotta durissima per affermare una linea musicale, perché io mi occupo di musica diversa da quella mainstream. C’è tanta gente appassionata che, nonostante si approvvigioni di musica da sola grazie alle nuove tecnologie, ha ancora bisogno del parere di persone che riescano a indirizzarla nella scelta.
È, per me, una scommessa quotidiana molto avvincente. Significa rinnovarsi ogni giorno e dialogare con i nuovi media. La radio ci riesce benissimo: nonostante sia un media antichissimo, è assolutamente coniugabile con i social, per esempio. È una bella storia, è un lavoro non lavoro.

 

Raccontare una cosa significa razionalizzarla per renderla decodificabile e comprensibile a chi ci ascolta. Come si fa a raccontare, e quindi a razionalizzare, qualcosa di profondo come la musica?

Razionalizzare la musica è impossibile. Ci sono, però, dei fatti assolutamente oggettivi che si possono portare all’attenzione del pubblico: la storia, per esempio. Ora si parla tanto di storytelling: funziona benissimo anche con la comunicazione della musica. Dietro a un artista c’è sempre la sua storia, le sue passioni, la sua vita più o meno rocambolesca.
Quando si parla di musica, si parla anche di dischi venduti o meno. Oppure si può lasciare andare la musica come un flusso di coscienza, perché non è sempre necessario raccontarla.

 

Che ruolo ha, che peso ha la musica in radio?

Il peso della musica in radio dipende dallo spazio che ogni singola emittente ha a disposizione. In una radio come quella dove lavoro io, Radio 1, al momento ce n’è pochissimo. È una scelta editoriale ed è condivisibile perché si tende a un formato all news in cui la musica rappresenta soltanto un raccordo fra una notizia o un approfondimento e l’altro. Nel mio caso, la musica è stata relegata alla fascia notturna. Una scelta interessante se si pensa che quelli notturni sono spazi dilatati, luoghi della notte e della mente in cui ci si concede più tempo per ascoltare davvero la radio e non per tenerla solo come sottofondo di intrattenimento.

 

Come viene costruita la programmazione dei brani musicali all’interno di una trasmissione radiofonica? Ci sono regole da seguire?

Io ho la fortuna, da tantissimi anni, di poter gestire la mia trasmissione, ma il mio – e quello di altri – è un caso molto isolato. Io non ho preclusioni, non ho limitazioni di sorta perché sono autrice delle mie trasmissioni. Però in passato, quando ho iniziato a lavorare, non è stato così.
La programmazione delle playlist musicali, sia in Rai che nelle radio commerciali, ha le sue precisissime regole che, spesso, dipendono dai singoli direttori artistici. C’è chi non vuole trasmettere brani con assoli di chitarra, perché probabilmente considerati disturbanti. C’è chi non vuole trasmettere brani anteriori al 1967 perché suonano antichi. C’è chi vuole per forza una percentuale di musica italiana.

In che condizioni versa la radiofonia oggi?

Benissimo, secondo me. Come dicevo prima, la radio riesce a interagire con i social e con i nuovi media, interagisce anche col mutamento del mercato della musica, ritagliandosi un ruolo preciso. Il mercato musicale è cambiato tantissimo: non si vendono più i dischi, ma i concerti, gli eventi e la radio se ne fa portavoce, talvolta anche organizzatrice.
La radiofonia è viva e vegeta, nonostante sia, come dicevamo, un mezzo antico.

 

L’avvento di internet prima, e dei social poi, ha trasformato il tuo mestiere, ha trasformato gli ascoltatori? Sono più preparati?

Questa è una bella domanda. Secondo me, il pubblico sta modificando la radio attraverso i social. Gli ascoltatori non sono più esperti di prima, tutt’altro. C’è più superficialità, ma attraverso i social accadono cose interessanti: con il passaparola si creano veri e propri fenomeni e questo modifica tantissimo il mercato discografico e, di conseguenza, anche la programmazione delle radio.
Sono nati, negli ultimi quattro o cinque anni, dei fenomeni dal basso, arrivati e pompati dai social, che hanno fatto breccia in radio perché dal vivo si è visto che facevano il tutto esaurito in grandi sale da concerto: oggi passiamo musicisti folk sghembi e stonati che, un tempo, non ci saremmo mai permessi di trasmettere.

 

Tu sai chi è il tuo ascoltatore tipo? Chi è il tuo pubblico?

Il mio ascoltatore tipo è adulto – dai 30 anni in su – e istruito. Non lo dico per essere snob, tutt’altro, preferirei un pubblico molto più vasto, ma generalmente le platee più allargate si rivolgono a programmi più generalisti.
Il mio pubblico è molto esigente, già conosce la musica e spesso vuole sentire le cose del passato. Ma per il passato ci sono già le “radio nostalgia”. Per questo motivo io cerco sempre di dargli qualcosa di nuovo. Propongo, per esempio, rubriche sulla nuova musica indipendente.

 

Che cosa consiglieresti a chi oggi volesse iniziare a fare il tuo mestiere?

Ovviamente gli direi di iniziare da dove sono partita io: la sfiancante gavetta a zero soldi, magari in un’infima radio locale. La mia, per fortuna, non era infima, però bisogna essere disposti a fare anche questo per imparare.
Gli consiglierei di tenere molto duro e di sperare nella fortuna, perché anche quella gioca un ruolo importante. Alla base, però, deve esserci preparazione: io ho studiato tantissimo, per me la storia della musica era un’ossessione. Molte cose, poi, arrivano col tempo e con l’esperienza, quindi non bisogna avere troppa fretta.

 

Radio, musica e comunicazione radiofonica sono alcuni degli argomenti che Silvia Boschero tratterà nel suo intervento al Master in Marketing e Comunicazione per la Musica della Napier Academy.

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